Covid, ma a cosa servono questi tamponi?

Davvero inaffidabili gli attuali tamponi e, quindi, l’enorme numero di positivi sorti come per magia dopo l’estate. Lo dichiara, tra gli altri il professor Giorgio Palù, già presidente della Società italiana ed europea di Virologia ed attualmente a capo dell’AIFA. Qui un articolo che approfondisce la questione  , intanto due parole su come venivano usati i “vecchi” tamponi. E cioè, quelli utilizzati fino a maggio.

Che durante una epidemia si debba tenere sotto osservazione il dilagare del contagio è fuori discussione. Solitamente la diffusione di una infezione viene controllata stabilendo un campione rappresentativo di tutta la popolazione che viene sottoposto a periodiche analisi (e/o effettuando stime basate su fattori biologici, demografici e territoriali…) e ciò al fine di stabilire una strategia di intervento e, quindi, misure profilattiche. Questo non lo diciamo noi. Lo affermano tutti i manuali di gestione delle crisi epidemiche, primi tra tutti, quelli dell’OMS.

È stata questa la direttiva seguita in Italia? Assolutamente no. Agli inizi dell’emergenza Covid venivano sottoposti a tampone principalmente i sintomatici. E perché? Perché così, confrontando i pochi “positivi” con i tanti “morti per Covid” (e cioè coloro nei quali, prima o dopo il decesso, veniva trovato un virus che già era presente in milioni di italiani) si attestava una spaventosa letalità del Sars-Cov-2 (per capirci 12 volte più elevata di quello che si registrava in Germania) che costringeva gli italiani a stare in casa per due mesi e, quindi, giustificare il lockdown. Che poi questo terrore del virus abbia fatto collassare la medicina territoriale e trasformato una emergenza in una ecatombe è un altro discorso.

Ma mentre in regioni come la Lombardia i tamponi erano numerosissimi, (con l’unico risultato di scovare innumerevoli positivi asintomatici che venivano subito confinati o che congestionavano gli ospedali, ingigantendo così il numero delle infezioni ospedaliere che già si portano via ogni anno in Italia 10.000 persone) in Campania i tamponi erano pochissimi. Nasce da qui il “miracolo” dell’affollatissima area napoletana quasi immune al Covid.

Ad aprile le cose cambiano.  De Luca, dopo aver fatto fare un numero bassissimo di tamponi, decide di moltiplicarli facendo credere dietro ogni “negativo” ci fosse non un “guarito” (e cioè una persona che aveva sconfitto il virus senza manifestare alcun sintomo, come è nel 95% dei casi) bensì una persona che lui aveva salvato dal contagio. In realtà sarebbe bastato effettuare non tamponi (che attestano la presenza o meno del virus) ma indagini sierologiche (che attestano la presenza di anticorpi) per infrangere il mito di De Luca Salvatore della Campania. Non a caso, di indagini sierologiche in Campania se ne fecero pochissime.

Ben presto, comunque, de Luca si scatena nella caccia all’untore annunciando “focolai di Covid” (come quello di Mondragone) che altro non erano che persone, sanissime, nelle quali i “nuovi” tamponi attestavano, soprattutto, falsi positivi. De luca così riesce a trasformarsi da “Salvatore della Campania” in “sceriffo” (ad esempio imponendo una inutile mascherina anche all’aperto o demonizzando la “movida”) e vincere le elezioni regionali.

Ma dicevamo dei “nuovi” tamponi. In realtà sono gli stessi usati già a marzo, quello che è cambiato è stato il loro utilizzo. Fino ad aprile per attestare la positività era necessario che identificassero tre geni caratterizzanti l’RNA del virus oggi, inspiegabilmente, ne basta uno. Ma, a questo punto, un sintetico inciso scientifico.

Il codice genetico (RNA) del virus SARS-Cov-2 risulta essere uno dei più lunghi tra quelli a RNa (30.000 coppie di basi). Fino ad aprile, i geni che venivano ricercati per identificarlo erano 3: il gene E (Envelope), il gene N (proteina nucleocapside) ed il gene RdRp (RNA polimerasi virale). Si badi bene che, come meglio specificato qui,  il gene E del SARS-Cov 2 è identico al 100% a quello del SARS-Cov-1 (e probabilmente a quello di tutti i SARS coronavirus); il gene N ha una sola variazione (di appena 1/64esimo, ovvero di appena l’1.5%,); il gene RdRP ha 5 variazioni su 64.Con questa situazione e lelevata possibilità di identificare SARS-Cov2 con un virus diverso non è un caso che nessuno tra gli innumerevoli tipi di tampone oggi in uso sia mai stato certificato dal Comitato tecnico scientifico. Il 3 aprile, colpo di scena. Il Ministero della salute con una confusissima Circolare, in nome dell’esigenza di accelerare i tempi della diagnosi, da il via alla possibilità di valutare la presenza del SARS-Cov2 sulla base di un solo tampone e la presenza di uno solo dei tre suddetti geni. Da quel momento in poi precipita la già traballante affidabilità dei tamponi COVID e ogni laboratorio si affida ai criteri che meglio ritiene giusti. Guardate, ad esempio, questo referto emesso un, pur scrupoloso,  laboratorio diagnostico, in quanto riporta dati e precisazioni che, solitamente, non trovano posto in tanti altri referti.


Il referto attesta la positività ricordando, comunque, che la presenza di uno solo dei tre geni “in più del 95% dei casi non è associata a presenza di infettività” consigliando, ad ogni buon fine, un “controllo nel tempo”. Ed ha ragione, in quanto il “segnale positivo” potrebbe essere dovuto ad altri fattori diversi dalla presenza del SARS-COV-2 attivo, come la presenza di altri coronavirus simili presenti in circolazione o come la presenza di frammenti di SARS-Cov-2 non più attivi nell’organismo del paziente.

Un altro aspetto sconcertante del referto è l’attestazione che il campione è stato sottoposto a più di 35 cicli termici (Ct>35). Secondo il Premio Nobel Kary Mullis, (l’inventore della tecnica di biologia molecolare PCR – Polymerase Chain Reaction che sovrintende a questi tamponi) per evitare di attestare falsi positivi il numero di cicli termici non dovrebbe essere superiore a 20-25 ma questo limite oggi, quasi mai viene rispettato. E, in assenza di precise disposizioni, ognuno si regola come gli pare: si legga a tal proposito questo articolo.

 Può apparire incredibile, ma proprio questa situazione certifica la “seconda ondata” che vi costringe, ancora una volta, a restare chiusi a casa.

Comitato Covid19 Basta Paura

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